Cacc'e Mìtte di Lucera Il vino che imparò a tacere

Cacc'e Mìtte di Lucera Il vino che imparò a tacere

Cacc'e Mìtte di Lucera Il vino che imparò a tacere

Non tutti i vini nascono per essere chiamati.
Alcuni imparano presto a restare in silenzio .

Il Cacc'e Mìtte di Lucera è uno di questi. È un vino che non ha mai cercato il centro della tavola, ma il margine. Non ha mai chiesto luce, ma ombra. È cresciuto così, tra mani ruvide e parole basse, in cucine dove il tempo scorreva più lento e il vino non era un piacere, ma una presenza.

Il suo nome non è un nome, è un gesto. Caccia e metti .
Versa. Bevi. Rimetti via.

La terra che insegna a non dire tutto

Lucera si stende su colline pazienti, dove il vento arriva senza chiedere permesso e la terra conserva memoria. Qui la vite non ha mai avuto bisogno di essere convinta. Cresceva accanto all'ulivo, al grano, alle pietre. Cresceva perché doveva farlo.

Il vino nasceva così: senza progetto, ma con destino. Non si parlava di vitigni, si parlava di stagioni. Non di rese, ma di sopravvivenza. Le uve furono raccolte insieme, senza distinzione, perché così faceva la vita: mescolava tutto.

Nel Cacc'e Mìtte c'era sempre più di una voce. Uve scure e chiare, forti e gentili, si uniscono nello stesso tino. Nessuna doveva prevalere. Tutte dovevano servire.

Il tempo delle cantine

Il vino fermentava nelle cantine scavate nella pietra, dove l'aria era fresca e le pareti trattenevano il silenzio. Non c'erano controlli, solo attesa. Si ascoltava il vino come si ascolta un respiro nella notte, con rispetto e un po' di timore.

Quando era pronto, non si festeggiava. Si beveva.

Il bicchiere era appena riempito, giusto il necessario. Poi subito via, nascosto, rimesso al suo posto. Perché il vino attirava sguardi, e gli sguardi portavano tasse, domande, problemi. Meglio che il vino restasse un segreto.

Un vino che non voleva viaggiare

Il Cacc'e Mìtte non aveva ambizioni.
Non voleva durare anni, né attraversare confini. Era un vino del presente, fatto per essere bevuto quando serviva. Affresco, diretto, sincero. A volte torbido, a volte ruvido, ma sempre vero.

Accompagnava il pane spezzato, le zuppe calde, le mani stanche. Scaldava più dell'alcol: scaldava l'abitudine, il gesto quotidiano, la certezza che domani si sarebbe ricominciato.

La memoria che torna

Poi, come accade alle cose dimenticate, qualcuno ha iniziato a ricordare. A guardare quel vino con occhi nuovi, senza chiedergli di diventare altro. Solo di essere se stesso, ma meglio ascoltato.

Il Cacc'e Mìtte è tornato così. Non come una moda, ma come una voce antica che riprende a parlare. Oggi è più pulito, più consapevole, ma non ha perso il suo passo lento. Non ha imparato a urlare. Ha solo accettato di essere raccontato.

L'ultimo gesto

Quando lo versi oggi, il gesto è lo stesso di allora.
Versa. Bevi. Fermati un attimo.

E poi, anche se la bottiglia resta sul tavolo, dentro di te senti ancora quell'antica prudenza. Quel rispetto silenzioso. Come se il vino ti stesse chiedendo di non fare rumore.

Perché il Cacc'e Mìtte di Lucera non è un vino da mostrare.
È un vino da ricordare .

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